Ercole e Siddartha - di Giovanni Luigi Manco

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1360866646.jpgDal 1 febbraio i buddhisti hanno in Italia il diritto di scegliere procedure particolari per le cerimonie sacre come il matrimonio e le nascite, i monaci di Siddharta possono assistere spiritualmente i seguaci del dharma negli ospedali, case di riposo, istituti penitenziari; la maggiore festività, il Vesak, riconosciuta dalle Nazioni Unite fin dal 2000, ottiene pieno riconoscimento; dal 2016 sarà possibile destinare l’ per mille del gettito fiscale all’UBI. E’ la prima volta che lo Stato italiana riconosce e stipula accordi con una religione né abramitica né giudaica, dando finalmente seguito all’articolo 8 della Costituzione.
Le comunità buddhiste costituiscono una realtà in continua crescita: più di centomila i praticanti e più di trentamila i “nativi” provenienti dall’Asia.
Una religio derivante, parimenti a quella dei nostri avi, dagli antichi testi indiani vedici. I nomi degli dèi, le espressioni e i termini religiosi sono spesso simili tra loro. Si venera come padre universale in India, Dyaus (cielo luminoso), in Grecia, Zeus (lo splendente), a Roma prima Diespiter (padre della luce), quindi Iuppiter, in Norrenia (attuale Danimarca e Islanda) Tyr. Tutti nomi derivanti da un’unica radice linguistica: dieu che significa “risplendere”.
I nomi di alcune divinità norreniche, gli Asi, si ripetono nell’antico indiano (sanscrito): asura nell’antico persiano diventa ahura. Un altro termine per dio in sanscrito è deva, in antico persiano daiva, in latino deus, in norrenico tìvar.
Nella religione greco-romana quel che più importa è il vivere in armonia con la natura, intesa come legge universale che ordina il cosmo, pone ogni elemento con gli altri in necessario rapporto di interdipendenza, quella stessa legge che in India prende il nome di dharma, in Grecia quello di logos.
La suprema autorità religiosa a Roma, il Pontefice, deriva il suo nome da pans, radice comune con il vedico panthah, l’avestico panta, il persiano pathi, un’antichissima espressione indoeuropea, di carattere sacrale e sociale collegata linguisticamente quanto concettualmente al latino e ad altre lingue dell’Europa centrale, al sanscrito e all’ario in genere.
Non una cesura tra l’uomo e Dio ma un percorso spirituale di maturazione. La religione è la vita, tutta la vita, non qualcosa di separato, una teoria cristallizzata che si pone come stampo e misura per tutte le circostanze, qualcosa di precostituito, un pregiudizio.
La salvezza, l’autentica libertà può essere solo effetto dell’illuminazione, del risveglio dal sonno delle illusioni, di una rinascita, si potrebbe dire, in senso spirituale, rappresentato simbolicamente nel mondo orientale dal fiore di loto.
In India le varietà più comuni di loto sono una dai petali bianchi (nelumbium nelumbo) e un’altra dai petali rosati (nelumbim lucifera), simbolo del risveglio nirvanico, della vera vita, richiamata dalle tonalità rosse come il sangue.
Il loto, che ha radici nel fango, nell’oscuro abbandono e putrescenza del fondo, sboccia puro da esso e apre i raggi dei petali al cielo, in alto, in una immagine di puro anelito, diventa nel buddismo il simbolo della compassione. Terra, acqua, aria, luce: crescita, salita assiale, elevazione spirituale, risveglio. Quel che simboleggia il loto nel sud-est mediterraneo, per derivazione egizia, e in tutto l’Oriente, per derivazione indiana, in Europa è rappresentato dalla rosa. E da una rosa nasce uno tra i maggiori dèi, l’Ares greco e la sua amante Venere. Dall’unione della dea dell’amore con il dio della guerra, di Venere con Marte, nasce la bella Armonia, la “unificatrice”.
La rinascita e l’amore che sopravvive alla morte si celebrava con la festa delle rose o Rosalia, nelle diverse regioni in date comprese tra l’undici maggio e il quindici luglio, e ancor oggi si continua a celebrare in alcune regioni europee. Anche nei culti di Dionisio si era soliti coronarsi di rose, e questo per due ordini di ragioni. Nel mito orfico di Dionisio Zagreo, il dio, benché dilaniato da invincibili forze naturali, i Titani, rinasce in una superiore dimensione. La regina dei fiori, simbolo della rinascita, si riteneva possedesse inoltre la proprietà di assicurare il controllo della mente, e quindi impedire lo svelamento dei segreti, anche negli stati di ebbrezza.
Come dall’oscuro e putrido fango il loto si eleva purissimo, in delicatissimi colori, alla luminosità del cielo, così la regina dei fiori, bellissima dal soave profumo, spunta e apre la ricca corolla di petali carnosi tra sgraziati rami irti di acuminate spine, circostanza che aiuta la meditazione, suggerisce come si possa crescere spiritualmente, raggiungere l’illuminazione, anche nelle situazioni più difficili.
La verità non tollera forzature. Il sacro è una vocazione interiore, una tensione congenita antica quanto i popoli e destinata ad esaurirsi con i popoli stessi. La spiritualità dei popoli può essere infatti seppellita, come avvenuto in Europa ad opera del cristianesimo e nelle civiltà precolombiane, ma non cancellata. La vocazione originaria continua a resistere come tizzoni di fuoco s la cenere. Prima o poi un benefico vento fuga la cenere e il fuoco sacro riprende ad ardere. Che il sentiero sia di montagna o di pianura, o un orientamento nel deserto, è un fatto, non qualcosa di opinabile. L’iniziazione non dovrebbe prescindere dalle modalità delineate e precisate dalla tradizione millenaria.
Nella tradizione indoeuropea la verità non è un aldilà opposto alla vita terrena, qualcosa di trascendente, ma conoscenza sincera della vita, della sua ragione d’essere e, più ancora, svelamento del logos, della legge che ordina il mondo. Il vedere è alla base della conoscenza e quindi della religio.
La radice weid individua nel vedere lo strumento della conoscenza. Il perfetto dell’espressione “ho visto e quindi so”, è attestato dal veda sanscrito, woida greco, vidi latino, waiss tedesco, oltre che dalle equivalenti espressioni in lingua armena, celtica, slava. Vedere non nel senso di guardare ma di osservare e comprendere, riuscire a cogliere nel fatto osservato il momento dell’eterno, non un episodio conchiuso, un soggetto, ma il cosmo in una sua produzione, il perfetto equilibrio delle energie universali organizzate dal logos in una forma, un’immagine, una vicenda. L’incanto, il meraviglioso è ovunque, riuscendo a coglierlo.
Ovunque si posino gli occhi opera il miracolo della perfetta armonia tra tensioni e caratteri apparentemente più contradditori: forza e grazia, potenza e perfezione, eterno ed effimero.
La predicazione di Sakyamuni ha indubbi caratteri di universalità ma inizia, si enuclea dalle remote tradizioni degli avi ed egli stesso fa frequenti richiami all’aryanità come patrimonio spirituale di riferimento. Buddha parla a tutti gli uomini, anzi per tutti gli esseri senzienti, anche per chi non ha voce e non può ascoltare, ma tutto lasciava presumere che il suo discorso sarebbe stato più facilmente più facilmente recepito da una individuata parte di umanità.
In effetti, le cose cominciarono a porsi in questi termini. La ruota della Legge spinta dal parco delle gazzelle a Benares per le strade del mondo, portò la dottrina in tutta l’India, quindi verso Occidente, nella regione iranica che aveva visto i primi insediamenti del popolo arya. Nei Veda il primo re aryano Yama, stabilisce la capitale del suo vasto regno a Bakhdi (oggi Balkh).
Contiguità territoriale e affinità culturale agevolarono la trasmissione della dottrina dagli aryani dell’India agli aryani dell’Iran, in tutte quelle vaste regioni che avevano fatto parte dell’impero persiano achemenide e poi dell’impero greco con Alessandro Magno. Kandahar, fondata da Alessandro Magno nel 326 e.a., deve il suo nome alla trasformazione di Iskander, versione orientale di Alessandro.
Molti greci si erano mossi e divisi al seguito del grande imperatore, negli sconfinati territori dello sconfitto impero zoroastriano degli achemenidi, chiamato da Erodoto “paese dei Persiani”. La penetrazione ellenistica, perdura nel tempo, consentendo la continuazione degli scambi commerciali con Roma, ben oltre il dominio greco, e si pone all’origine di una felice, creativa fusione artistica tra forme ellenistiche e spirito indo – battriano. La statuaria delle serene divinità elleniche diventa il modello di quelle indigene, spesso di origine iranica, e insieme con queste si affiancano sui basamenti di marmo nell’azzurro del cielo.
L’impero non sopravvisse alla morte di Alessandro, ma continuarono valorosamente a resistere alle invasioni, provenienti da est e da ovest, diverse città Stato greche. Ancora nel 160 e.a. il Panjab è retto da un re greco, Menandro, quando cioè il movimento Mahayana vede i suoi prodromi con il Prajnaparamita. L’impero alessandrino non ebbe, purtroppo il tempo di assimilare il buddismo che sarebbe stato trionfalmente introdotto dall’illuminato sovrano Ashoka.
La più antica testimonianza a fare esplicito riferimento al buddismo nei documenti occidentali si trova negli scritti di Clemente Alessandrino del II secolo e.v. Documenti più antichi, di età classica, nei quali si legge di sarmanes e sarmanaioi, sono soltanto presumibilmente riferibili al buddismo.
Sotto la dinastia Kushan, succeduta a quella Maurya, gli artisti, incoraggiati dalla devozione popolare, affascinata dalla ritrattistica nelle bellissime monete greche come pure dalle superstiti statue marmoree che ancora si stagliavano nel cielo, nella purezza delle loro forme, cominciarono a reagire alle prescrizioni dei testi che vietavano la rappresentazione antropomorfa del Maestro. Questo avveniva nel 90 e.v., al oltre mezzo millennio dalla morte del Venerabile, a Matura e nel Gandhara, la zona ad est del tratto carovaniero Bactra – Bamiyan. Verosimilmente proprio nel Gandhara, Buddha è stato per la prima volta rappresentato in forma umana anziché nella forma dei suoi simboli principali - l’impronta di un piede, la figura di un leone, la ruota del dharma, il trono, il parasole teso sul vuoto.
L’ispirazione era Occidentale, greco – romana, lo stile e la tecnica adoperata non potevano essere che occidentali.
Dell’aspetto fisico del Buddha non si conosceva praticamente nulla. Le scritture accennano semplicemente a orecchie grandi e a una protuberanza sulla parte più alta del cranio ma, probabilmente, neanche queste caratteristiche sono affidabili, in quanto le scritture che lo riguardano sono il risultato di un lento, timido disobbedire alle disposizioni del maestro, iniziato almeno un secolo dopo la morte.
La prima reazione al “non porre per iscritto, non porre per immagini”.
Le orecchie grandi potrebbero voler simbolizzare una sublime capacità di ascolto, il sottile sentire dell’orecchio dionisiaco, avrebbe detto Nietzsche; la protuberanza cranica potrebbe invece alludere all’intelligenza superiore.
La devozione popolare aveva assorbito la spiritualità greca e riconosceva nel Buddha un’incarnazione del principio rappresentato da Apollo, proprio come i greci avevano fatto con Pythagora. Pittori e scultori ebbero così l’idea di fondere creativamente la figura dell’Apollo greco con le descrizioni letterarie del Mahapurusha (l’uomo superiore), in una mirabile sintesi plastica della qualità umana e metafisica del Buddha. Nell’espressione del viso, il solare, benedicente distacco apollineo. Negli occhi l’imperturbabile determinazione a dare senza preghiere. Gli stessi capelli a ricciolo, a boccoli di Apollo.
Il panneggio dell’abito monacale tutto un elaborato disegno di pieghe concentriche come se si trattasse di una toga romana.
L’elemento classico, greco e romano, si coglie nelle soluzioni spaziali, nella prevalenza della figura umana, nella trattazione del panneggio associato alla vita del corpo che ricopre. Decisamente evidenti le notazioni classiche nell’iconografia. Vajrapani, l’accompagnatore di Buddha, ricalca immancabilmente figure della mitologia greco – romana, Ercole, con o senza la pelle di leone che scende dal capo, Ermes, oppure la figura composta, solennemente compresa nell’ufficio svolto, del littore romano, quale appare negli stereotipi dei bassorilievi.
In questo stesso periodo a Bamiyan, capitale per qualche tempo di un piccolo regno, importante centro monastico che raccoglieva pellegrini, monaci locali e monaci stranieri, si erigono le colossali statue del Buddha, una di 53 metri, la più alta al mondo, scavata nella roccia di una montagna, all’interno di una nicchia, come in un portale, in una soluzione spaziale che fa apparire la montagna dimora dell’Illuminato, e un’altra statua di 35 metri. Le statue, mutilate e sfregiate all’arrivo dei musulmani nel 700 e.v. sono state completamente abbattute dai talebani nel 2001.
Il più antico edificio religioso, rinvenuto a Jandial, ricalca la pianta dei templi greci classici, con colonne a capitelli ionici.
Buddha già perfettamente comprensibile nella dottrina, dal mondo classico, ora lo era anche visivamente grazie all’arte del Gandhara. L’incontro era maturo e avrebbe potuto offrire risultati grandiosi, non solo in campo spirituale se solo avesse potuto realizzarsi.
La disciplina della mente predicata dal grande aryano era forse l’unica possibilità per il mondo classico di risorgere dalla decadenza. Impedirono l’incontro le continue invasioni, la miseria crescente, l’abbandono quasi totale dei traffici internazionali. Rimase purtroppo il vuoto di un riferimento credibile e in quel vuoto poté prendere piede e crescere una fede del tutto estranea al sentire indoeuropeo, un credo escatologico seminato sulla paura, sul pregiudizio, sulla minaccia imminente della fine del mondo, l’apocalisse che i disastri della decadenza facevano quasi presagire.
Le rappresentazioni del Buddha, foggiate dall’arte del Gandhara, costituiscono ovunque l’esclusivo modello di riferimento. Le posture, i capelli, l’acconciatura, si ripetono immancabilmente, cambiano però i lineamenti del viso, il naso si fa più sottile e gli occhi si allungano nell’elegante taglio dell’estremo oriente.
In un paradosso della storia, un arabo, Gesù, diventa nell’immaginario un biondo di carnagione bianca, un indoeuropeo; Sakyamuni, che magari aveva anche i capelli scuri ma non si distingueva in niente dal tipo europeo, data la condizione nobiliare di appartenenza e il rigido sistema delle caste, escogitato proprio per impedire commistioni razziali, diventa un giallo.

I due Buddha di Bamiyan
http://www.rinascita.eu/foto/1360866505.jpgI Buddha di Bamiyan erano due enormi statue del Buddha scolpite da una setta buddista nelle pareti di roccia della valle di Bamiyan, in Afghanistan, a circa 230 chilometri dalla capitale afgana Kabul e ad un’altezza di circa 2500 metri; una delle due statue era alta 38 metri e risaliva a 1800 anni fa, l’altra era alta 53 metri ed aveva 1500 anni. Dopo numerosi tentativi internazionali di salvare i preziosi monumenti Il governo dei Talebani decretò che le statue, che erano sopravvissute intatte per più di 1500 anni, erano idolatre e contrarie all’Islam. Il 12 marzo 2001 iniziò la demolizione. Venne distrutte a colpi di dinamite e cannone dopo quasi un mese di intensi bombardamenti. Nel 2003 vennero inseriti, insieme all’intera zona archeologica circostante e al paesaggio culturale, nella lista dei Patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO, che si è impegnata, insieme ad altre nazioni, per la ricostruzione delle due statue.

Fonte: www.rinascita.eu

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