Apprendere le lingue nella terza età ( Sesta parte)

http://medias2.cafebabel.com/6044/thumb/355/-/e-learning-imparare-le-lingue-ai-tempi-del-web-20-trans-e-learning-a-new-way-to-learn-languages-onli.jpgUn problema specifico: la comprensione orale.

 

E’ noto che gli anziani hanno difficoltà a capire il parlato anche nella lingua madre - e quindi a maggior ragione se confrontati con una lingua straniera - per una serie di motivi tra cui spicca il fenomeno fisiologico della presbiacusia che colpisce moltissimi individui a partire dai 50 anni di età.

 

La presbiacusia è riconducibile al normale invecchiamento delle cellule ciliari presenti nella coclea (orecchio interno).

 

Con il passare degli anni tali cellule diventano progressivamente meno sensibili specialmente alle frequenze più alte.

 

Conseguentemente l’anziano avverte meglio i suoni a bassa frequenza, come quelli del rumore di fondo dell’ambiente, e distingue meno bene il parlato che si colloca in media su frequenze più alte (spesso appare disorientato in ambienti rumorosi e riesce a seguire con difficoltà chi parla, specialmente se non gli si rivolge direttamente).

 

La prima conseguenza è che l’anziano ha necessità di attivare maggiormente i meccanismi di attenzione che filtrano le informazioni rilevanti rispetto a quelle di sfondo, meccanismi che – come abbiamo visto in precedenza – sono tra quelli più soggetti a invecchiamento cerebrale. Naturalmente potrà essere facilitato se l’informazione rilevante (il parlato) è presentata in modo che “si stagli” meglio contro lo sfondo, se cioè il volume aumenta (in sostanza se si parla a voce più alta). La seconda conseguenza è – a parità di volume – che alcuni suoni saranno più percepibili di altri. Fermo restando che la banda di frequenze del parlato resta nel suo complesso all’interno della soglia di percettibilità dell’anziano normale (non si sta parlando di vera e propria sordità), alcuni suoni, in particolare quelli consonantici e sibilanti (tipo s, sc, o anche f), sono sentiti meno bene perché presentano molte armoniche che si collocano sulle frequenze alte, quelle che appunto sono interessate dal calo di sensibilità della maggior parte delle cellule ciliari soggette a invecchiamento.

 

La conseguenza è che l’anziano sente relativamente bene le vocali, meno bene le consonanti, le quali, come è noto, hanno l’importante funzione di segnare i confini di sillaba, l’inizio delle parole ecc. In casi estremi l’anziano percepisce il flusso del parlato come una specie di “brodo di vocali” in cui i confini distintivi tra parola e parola e all’interno della parola stessa sono imprecisi e vanno quindi compensati attraverso uno sforzo mentale. La ricostruzione delle sequenze delle parole in un messaggio verbale è comunque un processo che il cervello deve eseguire anche in condizioni di normale efficienza: all’orecchio si presenta sempre un continuum di suoni che non sono quasi mai distinti chiaramente in parole ma appaiono come una sorta di miscuglio (o una fusione) che il cervello è chiamato a segmentare e interpretare come suoni significativi (parole e gruppi di parole) sulla base dell’esperienza e del confronto con i modelli già immagazzinati.

 

E’ chiaro che, se l’input è poco distinto, questa operazione diviene più faticosa, a maggior ragione se essa va eseguita nei confronti di un input poco familiare, come è quello di una lingua straniera. In sostanza l’anziano deve “combattere” non solo con una minore sensibilità nei confronti di elementi determinanti per la segmentazione del parlato (cioè le consonanti) ma non ha neppure il conforto di poter compensare con l’esperienza l’informazione del tutto nuova che gli proviene da una lingua straniera. Quindi è soggetto a maggiore incertezza e il carico psicologico e cognitivo necessario a integrare le carenze dell’input è particolarmente gravoso, gli provoca facilmente fenomeni di stanchezza e lo può indurre a rinunciare.E’ possibile tenere conto di questi inconvenienti all’interno di un programma di apprendimento delle lingue straniere? In realtà, come abbiamo visto, il problema è costituito da due componenti: una componente “nativa” per la quale con l’età comunque si ha un fenomeno di indebolimento delle capacità di distinguere determinati suoni all’interno del parlato, anche nella propria lingua; e una componente aggiuntiva “straniera”, che interviene nel momento in cui si vuole processare (capire) il parlato di una lingua straniera e quindi contiene elementi che richiedono un’ulteriore elaborazione per filtrare suoni e combinazioni di suoni poco familiari, sconosciuti o semisconosciuti.

 

E’ evidente che il programma di lingua straniera si deve concentrare in modo particolare su questa seconda componente (se la nonna non capisce quello che si dice in televisione - nella propria lingua - non resterà che aumentare il volume dell’apparecchio, con grande delizia del vicinato!) e su questa linea sono in effetti in via di sperimentazione alcune interessanti tecnologie che vale la pena di illustrare. Per quanto riguarda la ridotta percettibilità dei suoni consonantici sono stati sviluppati nel corso del tempo vari metodi di “rinforzo consonantico” (consonant enhancement) elaborati attraverso strumentazioni elettroniche che rendono più comprensibile l’input di stringhe di parlato registrate o addirittura online.

 

La forma più recente, che ha il vantaggio di mantenere le caratteristiche acustiche il più integre possibile, è quella sperimentata in un recente progetto europeo del Quinto programma quadro (5PQ) denominato FLIC (Foreign Language Acquisition with the Instinct of a Child), in cui gli effetti del rinforzo consonantico si combinano online con quelli del confronto con un modello nativo (voice fusion) e l’attivazione di ambedue gli emisferi cerebrali (lateral training) secondo il seguente procedimento36. Attraverso un sistema di filtri dinamici il parlato di un nativo (insegnante) viene sottoposto a processazione elettronica per rinforzarne il consonantismo senza tagliare le frequenze base ma solo accentuando le armoniche superiori (consonant enhancement).

 

Questo parlato viene trasmesso all’orecchio dell’apprendente che prova a imitarlo confrontando la sua produzione con quella del modello. Alcune parti di quanto egli produce vengono mescolate e combinate elettronicamente con quelle del nativo e riproposte in una varietà mix di parlato nativo/ non-nativo, manipolate elettronicamente online, in modo che l’apprendente non riesca più a distinguere le due fonti (voice fusion). In tal modo egli finisce col ritenere che la combinazione risultante (più “corretta” della sua produzione originaria) non si differenzi dalla propria ed è propenso ad imitarla ulteriormente, migliorando inavvertitamente la pronuncia. Inoltre, le varie produzioni vengono trasmesse alternatamene agli auricolari di destra e di sinistra in modo da stimolare la ricezione selettiva dei due emisferi cerebrali e di attivare i processi di acquisizione inconsapevole delle nuove combinazioni di suoni (lateral training). La complessa metodica è stata sperimentata con successo in casi di dislessia infantile (difficoltà di lettura) e ne rappresenta un’estensione. L’obiettivo è quello di far percepire meglio i suoni consonantici ma anche di sensibilizzare ai suoni inusuali di un’altra lingua, che il sistema fonologico dell’apprendente tenderebbe ad escludere o a reinterpretare secondo le caratteristiche della lingua madre. La stimolazione dei due emisferi (quello destro è più sensibile alle novità e quindi all’apprendimento) e il rimescolamento della produzione con quella del modello (insegnante) dovrebbe ottenere il risultato di mettere l’apprendente in condizioni paragonabili a quelle di un bambino naturalmente esposto ai suoni di una lingua (da qui il titolo del progetto: “apprendimento di lingue straniere con l’istinto del bambino”). In generale si provoca inoltre nell’apprendente un effetto psicologico di sicurezza e di autoconferma, che incentiva la sua motivazione. Il rinforzo consonantico può essere operato strumentalmente anche in maniera da ridurre l’effetto del rumore circostante e per abituare a questo esistono da tempo tecniche di filtraggio scaglionato del rumore, per cui una stringa parlata può essere somministrata prima senza interferenze, poi via via con sempre maggiore incidenza del rumore di fondo, in modo da partire da una base inizialmente “pulita” e abituare progressivamente ai fattori di rumore presenti un input normale. Altri mezzi per aumentare la comprensibilità riguardano la velocità e la semplificazione dell’input. La velocità dell’eloquio incide sulla comprensione: è dimostrato che se questa viene rallentata la comprensione dell’apprendente è facilitata (Blau 1990, Griffiths 1990). Inoltre, se l’apprendente è messo nelle condizioni di controllare egli stesso la velocità dell’input, rallentandolo o accelerandolo secondo le proprie esigenze, la comprensione ne ricava un ulteriore beneficio (Zhao 1997).

 

Non è oggi più difficile realizzare strumentalmente un parlato rallentabile senza modificazione della qualità (senza cioè le deformazioni cui eravamo abituati quando, ad esempio, si faceva girare un disco a velocità inferiore a quella prestabilita), associandovi un meccanismo di controllo (una manopola da azionare) da parte dell’apprendente che gli consenta di variare a piacimento la velocità di quanto ascolta. Questo meccanismo è di grande utilità in particolare per un apprendente anziano. L’altro aspetto citato è quello della semplificazione. Anche in questo caso è ben noto l’effetto positivo sulla comprensione di un parlato semplificato (Gass/Varonis 1994) o pronunciato con una particolare enfasi simile a quella che le madri usano per farsi intendere dai bambini (il cosiddetto “motherese”).

 

Quest’ultima variante è quella scelta anche all’interno del progetto FLIC per migliorare la comprensione degli adulti: i modelli di parlato sono pronunciati con una variazione prosodica che imita quella dei genitori quando si rivolgono ai bambini, caratterizzata da rallentamento del ritmo (ca. 80 parole/minuto rispetto a una media del parlato “normale” di 120-150 parole/minuto), intonazione enfatica che suscita attenzione, contorni prosodici accentuati. Tutti questi mezzi – strumentali e non – perseguono un obiettivo: migliorare la comprensione non solo dal punto di vista puramente percettivo-acustico ma anche intervenendo sulla formazione dei modelli mentali del sistema fonologico che – come abbiamo visto sopra – sono essenziali nel processo di filtraggio degli elementi rilevanti rispetto allo sfondo.

 

Cercando di ampliare le immagini mentali del sistema fonologico nativo in modo da adattarlo alle caratteristiche della nuova lingua si facilita la segmentazione della stringa parlata e la compensazione del rumore dell’input. E si mettono le basi per un miglioramento anche della pronuncia della lingua straniera. Si potrebbe obiettare che il ricorso a tecniche strumentali come quelle qui sopra illustrate può andare incontro ad un rifiuto da parte di apprendenti anziani che non si trovano a proprio agio con simili attrezzature. I programmi di potenziamento cognitivo per gli anziani dimostrano esattamente il contrario: se adeguatamente assistiti, gli anziani sono deliziati di poter essere messi nelle condizioni di utilizzare le nuove tecnologie, specialmente se esse sono semplici e consentono di mantenere il controllo sulle loro prestazioni (Goldberg 2005). ( 6 Segue/ Fonte: labeleuropeo)

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