Apprendere le lingue nella terza età ( Quarta parte)

http://medias2.cafebabel.com/6044/thumb/355/-/e-learning-imparare-le-lingue-ai-tempi-del-web-20-trans-e-learning-a-new-way-to-learn-languages-onli.jpgCaratteri dell’apprendimento linguistico in età avanzata.

 

Ci si può domandare a questo punto quali siano le caratteristiche che rendono problematico l’apprendimento delle lingue straniere in età avanzata e se vi sono eventualmente dei vantaggi anche nel caso di apprendenti anziani. Si tratta evidentemente di un argomento che richiederebbe una trattazione molto complessa, impossibile da affrontare in questo contesto nella sua completezza.

 

Pertanto ne tracceremo, qui di seguito, solo le linee principali. Possiamo ripartire le caratteristiche rilevanti (che non sempre sono negative, come vedremo) in tre principali settori: quello biologico-cognitivo, che riguarda gli aspetti biologici dell’apprendimento, quello affettivo, che riguarda l’atteggiamento dell’apprendente di fronte alla lingua straniera e quello metacognitivo, che riguarda la maniera con cui l’individuo affronta l’apprendimento.

 

Per quanto riguarda gli aspetti biologico-cognitivi, una delle cose che appare immediatamente evidente è la difficoltà che gli anziani hanno nel comprendere la lingua parlata e nel riprodurne i suoni (pronuncia).

 

Questa difficoltà ha le sue basi fisiologiche in una diminuita sensibilità acustica dell’orecchio e il suo riscontro cognitivo nella fossilizzazione (irrigidimento) del sistema fonologico specializzatosi nel corso della vita (ma in realtà in genere assai precocemente) in base a delle caratteristiche della lingua madre. Più sotto illustreremo questo punto più nel dettaglio cercando di dare qualche suggerimento per la soluzione del problema. Un altro fattore certamente negativo è quello legato alla memoria: gli anziani lamentano di non essere in grado di memorizzare vocaboli e spesso anche strutture grammaticali. Il processo di memorizzazione, cioè il passaggio dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine, è effettivamente rallentato negli anziani, per cui questa sensazione può avere un fondamento, specialmente se si è messi a confronto con soggetti più giovani.

 

Tuttavia anche in questo settore vi sono aspetti potenzialmente compensativi: è noto infatti che l’anziano ha una notevole propensione per richiamare alla mente vicende autobiografiche, ricordi dei tempi passati che in certi momenti della vita apparivano addirittura scomparsi. E’ possibile sfruttare questa caratteristica anche nell’apprendimento delle lingue straniere, “agganciando” il più possibile le novità lessicali a aspetti autobiografici e narrativi (i ricordi degli anziani prendono spesso forma in racconti autobiografici).

 

Inoltre vale per l’anziano, più ancora che per il giovane, la raccomandazione di utilizzare tecniche mnemoniche, quali l’associazione dei vocaboli a immagini, suoni e colori, famiglie di significati, sinonimi e opposti, strutturazioni gerarchiche, tecniche dei loci e delle parole-chiave34 ecc. Tutte queste tecniche perseguono l’obiettivo di contestualizzare la forma sonora del vocabolo “agganciandola” a un numero massimo possibile di input multimodali in modo da compensare il naturale decadimento delle prestazioni mnemoniche ma anche – come si diceva sopra – per cercare di limitarne la portata attraverso una forma di esercizio stimolante. Su questa linea sono ovviamente anche e soprattutto tutte le forme di contestualizzazione semantica, che includono la memorizzazione di brevi frasi o poesie, frasi idiomatiche ecc. in cui i vocaboli non sono presentati in isolamento ma sempre in compresenza con altri elementi significativi. Infine va ricordato il fenomeno dell’attenzione.

 

Dal punto di vista psicobiologico l’attenzione è la capacità di filtrare le informazioni rilevanti dall’insieme degli stimoli (acustici, visivi o altro) che interessano l’elaborazione sensoriale e semantica del cervello. Questo tipo di attenzione è fortemente compromessa nell’anziano.

 

Dal punto di vista pedagogico, invece, l’attenzione indica uno sforzo di concentrazione rivolto a un’attività o a un oggetto (quello che gli insegnanti chiamano “applicazione”). Anche in questo caso in linea di principio l’anziano dovrebbe mostrare minore resistenza del giovane (si stanca con maggiore facilità e si distrae di conseguenza), tuttavia le abitudini di studio tradizionali privilegiavano questo tipo di attenzione e non è inconsueto che l’anziano di oggi mostri una capacità di concentrazione sul compito (applicazione) maggiore di quella di un giovane non educato alla concentrazione su un solo oggetto per un periodo prolungato.

 

Per quanto riguarda gli aspetti affettivi, è noto che gli anziani hanno normalmente una forte motivazione quando intraprendono lo studio delle lingue straniere. Non si tratta naturalmente di una motivazione di tipo strumentale (imparare le lingue per motivi di lavoro, per stabilirsi in un paese straniero, per necessità di studio ecc.) ma di una motivazione intrinseca (amore per una lingua o cultura, desiderio di conoscere il carattere di un popolo con cui si viene in contatto, p.e. durante le vacanze, desiderio di avvicinarsi a una determinata letteratura ecc.), di una motivazione sociale (avere un’attività da svolgere insieme ad altri, ritrovarsi in una classe come ai bei tempi), di una motivazione familiare (in questi tempi di globalizzazione i matrimoni misti, anche fra individui provenienti da culture molto lontane, spingono p.e. spesso i nonni a volere apprendere le lingue per poter dialogare con i loro parenti, i nipotini innanzi tutto).

 

A queste si può aggiungere una “motivazione terapeutica”, cioè quella legata alla tesi qui esposta, la quale è ormai diffusa in certi gruppi di apprendenti. Non necessariamente questi tipi di motivazione si escludono fra loro ma anzi spesso si sommano, il che rende in generale gli anziani soggetti molto motivati quando si accingono ad apprendere una lingua. Questa è una caratteristica rilevata dagli insegnanti che sottolineano come gli anziani siano interessati, molto disciplinati e costanti nelle presenze, a differenza del pubblico più giovane.

 

Tuttavia proprio nel confronto con i giovani gli anziani mostrano difficoltà riconducibili a aspetti affettivi: la lentezza nell’apprendere, la necessità di ripetizione, la moderata reattività fanno sì che in una classe l’anziano si senta a disagio nei confronti del giovane, teme di perdere la faccia, si ritira in una comunicazione più limitata, mettendo così a repentaglio le sue chances di apprendimento e di sfruttamento pratico di quanto appreso (Schultz 1997).

 

Per altri versi, invece, la situazione dell’anziano si differenzia in positivo da quella dei più giovani (anche adulti): di solito non ha preoccupazione per il raggiungimento di una determinata competenza (non gli interessano esami o certificazioni), è quindi meno soggetto a stress da prestazione, ha un rapporto sciolto con l’insegnante e si pone, all’interno della classe, in maniera cooperativa e non conflittuale. ( 4 Segue/ Fonte: labeleuropeo)

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