Notte di veglia ( Racconto)

http://paperstreet.it/imgArticoli/PSV1252323946PS4aa4f26a02009.jpgMia madre stava molto male; a quel tempo abitavamo in provincia in un grande padiglione Luigi XIII, situato un po’ fuori città. Fiancheggiato da un avancorpo, stagliava i suoi alti tetti d’ardesia sullo sfondo di un grande giardino dalle cime fruscianti; il vento del mare non le lasciava mai immobili, e sotto questo incessante assalto gli abeti, i castagni e le betulle avevano finito con l’ inclinarsi in direzione della vallata, un paesaggio affascinante dal nome ancor più attraente: Fécamp.

Oltre un ponte, che le acque del mare bagnavano due volte al giorno, sorgevano il campanile di Saint Etienne e i tetti della città; una grande strada costeggiava la proprietà, e sebbene fossimo cinti da grandi mura, questa tenuta dalle fronde eternamente fruscianti, è rimasta tuttavia uno dei terrori della mia infanzia; lì mi sentivo troppo solo, troppo lontano dal movimento peraltro assai tranquillo di quella città costiera, piccolo porto di pescatori che si risvegliava soltanto durante i tre mesi invernali, al rientro delle navi di Terranova, per ripiombare nel suo torpore una volta ripartiti i Terranoviani. E se mi aggiro per il mondo gravo di un inquieto nervosismo un po’ morboso, se la mia vita da oltre trent’anni non è altro che una sorta di convalescenza, ritengo sia per l’aver ascoltato troppo il vento gemere tra i grandi alberi di quel giardino isolato e profondo.

Il mio spavento istintivo per quei prati in abbandono e per quegli ortaggi che fiorivano tardi in primavera, e arrugginivano presto in autunno, era aggravato dall’angoscia in cui mio padre e io vivevamo già da due mesi al capezzale di mia madre. Potevo avere sedici anni, un ragazzone cresciuto troppo in fretta, delicato e sfaticato nelle mani di un professore. Il medico, temendo di attristare il morale dell’ammalata con la presenza di una suora, aveva ritenuto giusto nominarmi suo custode. Era allora al culmine della febbre tifoidea, e il delirio non le dava tregua; nella grande camera a tre finestre dell’avancorpo del padiglione, a notti alterne mio padre ed io ci davamo il cambio accanto a lei; la mia immaginazione esaltata dava allora un significato sinistro anche alle cose più insignificanti. Non avevo mai visto mia madre così sveglia e viva, né nessun altro d’altronde, in un tale stato di prostrazione, e mi aggiravo intorno al suo letto solo con occhi colmi di lacrime, persuaso che presto non l’avrei più rivista. Non l’abbandonavo mai con lo sguardo, sistemato accanto al suo letto, sfogliando un romanzo che non leggevo e con il cuore gonfio, così gonfio che non avevo neppure la forza di soffocare i singhiozzi che lei, povera creatura, fortunatamente non poteva sentire; un terrore smisurato, notte e giorno, mi tormentava ancor più quando non ero accanto a lei e quando mio padre, prendendo il mio posto, mi obbligava ad andare a dormire nella stanza accanto.

Ero appunto di guardia quella notte. Mio padre, abbracciandomi prima d’andare a riposare di là, mi aveva stretto più forte del solito al suo petto, e con voce strozzata mi aveva detto: «Va’ figlio mio, per qualsiasi cosa chiamami. Non si sente bene questa sera».

E sebbene mi avesse attirato nell’ombra, avevo capito bene che anche lui si sentiva soffocare dalle lacrime. Tornai dunque a sedermi nell’alcova, presi la sua povera mano bruciante nella mia, e non allontanai lo sguardo da quel volto amato, alzandomi solo per andare a mettere un ceppo nel fuoco, un grande fuoco che ardeva nell’ampia e triste camera notte e giorno poiché era pieno inverno e il cielo terso e freddo scintillava di stelle; il giardino era immobile in una profonda quiete; non un rumore nella dimora assopita, e si sentiva che fuori doveva essere molto freddo; quindi tornai accanto alla mia ammalata e, non so come, finii anch’io con l’ assopirmi.

Al suono della pendola mi svegliai. Erano le due. La camera, in cui ardeva una debole fiammella, era come morta tant’era profondo il silenzio, e fatta eccezione per il respiro affannoso, un po’ rauco, della cara ammalata, si udiva soltanto il ronzio della fiamma e del pentolino d’acqua calda che bolliva lì per le infusioni. Fu realmente lo scoccare delle due nella notte (dal momento che dormivo profondamente) o fu piuttosto una pressione alquanto forte delle dita della sua mano lasciata nella mia, fatto sta che mi drizzai con un sussulto, quindi mi chinai su quel povero corpo dolente, su quel dolce volto estenuato.

Anche lei dormiva, quando un ciocco di legno, emanando un bagliore più intenso, rischiarò d’un tratto tutta la stanza, quindi il chiarore ricadde all’istante, ma non così rapidamente da non lasciarmi scorgere una cosa che mi agghiacciò. Non eravamo più soli nella stanza. Qualcuno era lì, uno sconosciuto di cui non potevo scorgere il volto e la cui presenza mi aveva soffocato la voce in gola. Non seppi mai se si trattava di un uomo o di una donna. Appostata all’angolo del camino, nella grande poltrona dove spesso andavo a sedermi per controllare l’infusione di una tisana, la figura sconosciuta mi dava le spalle; ma nella penombra della stanza distinguevo perfettamente le sue mani tese verso la fiamma; nere, esse si stagliavano sulle braci del focolare, e nella posa comune alle anziane donne accovacciate davanti al fuoco, restava immobile e muta come in attesa, e non era una vana allucinazione della mia mente sovreccitata, poiché ad un certo punto prese le molle del camino e attizzò le braci, facendone rotolare alcuni pezzi sul tappeto.

Un’angoscia atroce mi serrava la gola, mi ero alzato e non potevo fare a meno di guardarla; era una donna, ma una donna dalle grandi sembianze, e quando il fuoco si ravvivava vedevo distintamente il piccolo chignon di capelli grigi attorcigliati sulla sua nuca magra, e non riuscivo né a chiamare né a gridare tanto il mio spavento cresceva, tanto si consolidava in me la convinzione che quella strana presenza non poteva che essere maligna per l’ammalata che assistevo.

Rimasi così per ben tre minuti; un sudore freddo mi colava sulle tempie. M’imposi infine di avvicinarmi alla terribile sconosciuta. Camminando sul tappeto con passo felpato, mi precipitai su di lei e posai le mani sulle sue spalle; lo spettro era scomparso. Ero stato vittima di un’allucinazione, di un sogno; annichilito, mi lasciai cadere sulla poltrona in cui, sino a poco prima, avevo creduto di vedere la serva della Morte e, con le mani tese macchinalmente verso la fiamma, nella stessa posa del fantasma, cominciavo appena a riprendere i sensi quando, nel silenzio della grande stanza della veglia la voce della mia malata si levò rauca, strozzata: mia madre delirava.

«Jean, le senti salire? Non voglio che salgano, soprattutto che non entrino!».

E, levatasi a sedere, tendeva un orecchio inquieto e fissava nell’ombra con due occhi spaventati, smisuratamente dilatati; avevo preso nelle mie mani quelle della delirante e, interamente chino su di lei tentavo di rassicurarla.

«Ah! Quante ce ne sono! E continuano a salire, la scala ne è piena… una su ogni scalino; perché le avete fatte entrare in casa? Soprattutto che non entrino qui!».

Oh! Il sommo terrore che emana la voce sonnambula dei febbricitanti nelle lunghe notti di veglia, nel silenzio delle dimore assopite! La mia povera madre mi aveva comunicato il suo terrore, e anch’io mi sentivo immerso nel soprannaturale, nell’incubo, ma volendo apparire forte:

«Ma chi c’é sulle scale? Stai sognando, io non sento nulla».

«Chi? Ma le cicogne, ti dico che ce ne sono su tutti gli scalini; ah! Quei lunghi becchi, che gozzi che hanno!»

E si aggrappava con violenza alle mie mani.

«Ma no, te l’assicuro, è un incubo, povera mamma, non sei in te. Vuoi che vada a vedere?».

«Oh no! No, no, entrerebbero qui! Almeno la porta è chiusa bene?».

E, vinto dallo stesso spavento, andai ad assicurarmi che i chiavistelli fossero stati messi bene e, prestando attenzione con l’orecchio ai rumori confusi della notte, a mia volta sentii distintamente sugli scalini dei rumori di passi. Allora, riaffiorò in me una vecchia devozione e, inarcato contro la porta minacciata, ricordo perfettamente di avervi tracciato una croce. In quel momento i passi si allontanarono, o per lo meno così mi parve, e tornato accanto alla mia ammalata le dissi:

«Se ne sono andate, andate! Non torneranno!».

E a sua volta, mi diceva:

«Chi?».

«Ma lo sai bene, le cicogne, le malvagie cicogne, le ho cacciate!».

«Ah, sì! Le cicogne».

E la sua voce già sonnecchiante si spegneva, dopo essere ridiventata infantile, l’orrendo incubo infine l’aveva abbandonata. Coprii con il lenzuolo quel povero petto sospirando:

«Se potesse dormire!».

Fu una delle notti più terribili della mia vita. La trascorsi interamente seduto nella grande poltrona a intrattenere la debole fiamma, con l’orecchio teso, il cuore stretto dalla paura e tutta la carne che fremeva di un’angoscia indescrivibile; ero io ora ad essere tormentato dalle cicogne e, per tre volte, sino al sorgere dell’alba, sentii battere alle persiane come dei fruscii di ali spaventose nella notte. Il mio supplizio terminò solo quando fu giorno, quando il domestico venne a portarmi la colazione:

«Ah! Signore, che sciagura! Mi disse quel bravo ragazzo, stanotte è morta la moglie del giardiniere, una donna così giovane, ventitré anni, e non si sa di cosa; stava così bene ieri, il dottore ha detto ch’è stata un’embolia; e la signora come si sente questa mattina?».

«Ma come ieri, grazie, mio buon Sosthène».

La morte si era aggirata intorno a noi tutta la notte.

Leggi il racconto in lingua originale

Translated by: Marilena Genovese

La chambre close - Nuit de veille by Jean Lorraine
Sonyeuse, 1891 - Sensations et souvenirs, 1895

©inTRAlinea & Marilena Genovese (2011).
"La Camera chiusa - Notte di veglia (Due racconti)". Translation from the work of Jean Lorraine.
This translation can be freely reproduced under Creative Commons License.
Permalink: http://www.intralinea.org/translations/item/1026

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